EBE, from “Profili di Donne” By Capuana

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Luigi Capuana

Profili di donne, published in 1877, is a collection of six short stories based upon Luigi Capuana’s research into the psychology of women. In each tale, the narrator is a man who, while assuming a different name and occupation, is really the same person. The enigmatic human portraits in this work emerge from situations filled with the mystery and profound spiritual uncertainty that often ensnares men and women in love.

This collection is a product of the author’s early romanticism, but it clearly foreshadows his adoption of verismo (naturalism) as the underpinning of his later work. In fact, Profili di donne comes only two years before Capuana’s first novel, Giacinta, a psychological tour de force, which clearly established his naturalistic credentials and continued to display his phenomenal ability to analyze the human psyche. This skill would reach its apex in the novel Il Marchese di Roccaverdina (1903), Capuana’s masterpiece, which Buscemi has translated (Dante University of America Press 2012).

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EBE, Translated by Santi Buscemi, English Version below.

Profili-di-donne 4.26.08 PMEBE
Il bigliettino diceva soltanto:

«Sono ammalata: venite a trovarmi. Non è una visita che io vi chieggo, ma un’opera di misericordia. Non siate cattivo: venite. Grazie!
Ebe».
Lo feci rabbiosamente in brani, indi apersi i cristalli e rimasi lí a guardare quei pezzettini di carta che brillavano tremolanti per l’aria portati via dal vento e andavano a perdersi tra le fronde degli alberi e in mezzo alle aiuole del sottoposto giardino.
Il pianoforte della vicina del primo piano ripeteva per la centesima volta il famoso notturno del Chopin. Il cardellino della vecchia signora accanto trillava nella sua gabbia dorata, sospesa in mezzo ai pensili rami del fior di passione che contornava il terrazzino. I bimbi della portinaia trascinavano sotto il portico una carrettella, a cui il maggiore di età si era attaccato come cavallino. Le tende alla persiana dei terrazzini rimpetto si agitavano appena quasi tenute ferme da mani che volesser proteggere qualche occhio indiscreto, intento a spiare tra un filo e l’altro dei vimini.
Due pezzettini di carta, i soli che si fossero levati troppo in alto per la furia della mano che gli aveva buttati fuora, scendevano, scendevano ancora facendo dei celeri giri e deviando verso il punto da cui erano partiti. Il vento li respingeva, tornava a sollevarli e poi lasciava che venissero giú piú vorticosi di prima: sembravano farfalle che abbassassero le ali sui vasi fioriti dei terrazzini. Io li seguivo coll’occhio, molto curioso di vedere quale sarebbe stata la loro sorte. Andarono tutti e due a cadere sul terrazzino della vicina: ci mancò quasi nulla che non entrassero nella sua stanza.
Il pianoforte cessò di suonare Una manina raccolse poco dopo i due pezzettini di carta, indi la bella vicina affacciossi presso la ringhiera di ferro, e spinse gli occhi in alto verso il secondo piano. Visto me che guardavo sorridendo, lesse attentamente le parole di quei due frammenti del biglietto e, arrossendo un po’, mi disse:
– È ammalato? –
Non seppi trovare un motto di risposta. Era la prima volta che ella mi rivolgesse la parola. Dei lunghi colloqui di occhiate eran corsi da un mese fra me e lei, ma nemmeno un solo di quei saluti fatti con un cenno del capo. Ho detto: «colloqui», per modo di dire. La guardavo, ella si lasciava volontieri guardare, con mal celata compiacenza ecco tutto. Io mi trovavo troppo addolorato in quel tempo, troppo preoccupato per pensare sul serio a farle un briciolino di corte. Il mio odio verso l’Ebe giungeva a tal grado eccessivo da non permettere affatto che l’amore per un’altra venisse a diminuirlo con una diversione di forze.

EBE

The note said only:

“I’m ill; come to see me. It’s not a visit I ask for, it’s an act of pity. Don’t be mean: come. Thank you!
Ebe”

I tore it up angrily, then opened the windows and stood there watching the bits of paper that flew through the air carried by the wind among the leaves of the trees and the flower beds of the garden below.
My first-floor neighbor’s piano repeated for the hundredth time Chopin’s famous Nocturne. The goldfinch of the elderly lady next door chirped in its gilded cage, suspended in the midst of the hanging branches of the passion flowers that bordered the terrace. The children of the porter pulled a small carriage under the portico, with the oldest attached to it like a little horse. The curtains behind the shutters of the opposite terraces fluttered as if held firm by hands that wanted to prevent some indiscreet eye from spying through the slats of wicker.
Two small pieces of paper, ones that rose higher than the rest because of the anger that had tossed them out, kept falling, still spinning quickly, and returned to the place from which they had been launched. The wind dropped them, then picked them up again, and then let them come down whirling even faster than before. They seemed like butterflies that kissed the flower vases on the terraces with their wings. I followed them with my eyes curious about their fate. Both fell on the terrace of the neighbor and nearly entered her room.
The piano stopped. In a little while, a small hand grabbed the two small pieces of paper; then the beautiful neighbor appeared near the iron railing and looked up toward the second floor. Seeing me watching her with a smile, she carefully read the words written on those two fragments and, blushing a little, said to me:
“Are you ill?”
I wasn’t’ able to answer anything. It was the first time that she had spoken to me. For a month we had exchanged long glances but we hadn’t communicated with each other even with a nod of the head. I say “communicated,” only loosely. I watched her; she allowed herself to be observed, but only with a badly concealed smugness. I had found myself quite sad at the time, too preoccupied to think seriously of making the slightest advances. My hatred of Ebe was so excessive that it would not let love for another diminish it by any diversion of energy.

-Perché «grazie»? – riprese la vicina, dopo aver riletto l’altro pezzettino di carta.
– Scusí! – balbettai, confuso pari a un bimbo che vede scoperta una sua sciocchezza.
La vicina stette un istante a riflettere; poi, come se avesse a un tratto capito, mi salutò con un sorriso e ritirossi.
Alcuni minuti appresso intesi suonare il campanello. Corsi io stesso ad aprire.
Era la cameriera che veniva a farmi le scuse per parte della sua padrona. Se la signora avesse saputo, non sarebbe stata tutto il santo giorno a suonare il pianoforte. Era dolentissima, ma da quel momento in poi non avrebbe messo nemmeno un dito sulla tastiera finché non sarebbe stata certa della mia completa guarigione.
– Bisogna compatirla, povera signora! – aggiunse la cameriera. – Si annoia tanto!
– Ringrazio la signora – risposi – della sua squisita gentilezza. Ella suona cosí bene che io la prego di continuare come pel passato. Desidero intanto sapere se potrò venire a ringraziarla di presenza e a spiegarle il piccolo equivoco avvenuto poco fa -.
Dopo altri pochi minuti la cameriera ritornava al secondo piano.
– Venga quando le fa piacere; dalle dodici alle quattro, tutti i giorni: la sua visita sarà gradita -.
Quella cameriera diceva le cose con una disinvoltura ammirabile.

Andetti il giorno appresso. Il salottino era addobbato in azzurro con strisce bianche filettate in oro. Una magnifica giardiniera, presso il terrazzino, sfoggiava il lusso delle ricurve foglie delle yucche e dei bei fiori di veronica e di ageratum. Le tende di seta azzurra e di tulle finissimo elegantissimamente ricamato smorzavano il tono troppo vivo della luce che veniva di fuori e davano a tutto quell’insieme l’aria di un sorriso discreto e raccolto, qualcosa che faceva fantasticare. Rimpetto al divano, sotto un paesaggio del Raiper incastrato in una ricchissima cornice dorata, il pianoforte verticale ancora aperto mostrava spiegato sul leggio il prediletto notturno del Chopin; le note soavi e malinconiche interrotte il giorno avanti sembrava aleggiassero per la stanza come un’eco affievolita della volta…
La signora non si fece attendere. Una donna sui trent’anni, bella di quella bellezza minuta che guadagna molto ad esser guardata da vicino, con modellature del collo e delle guance sorprendenti davvero. La pelle morbida, vellutata, aveva
il colorito, dirò, un po’ usato, un po’ chiuso che vien dall’età; un colorito spesso spesso preferibile a quello da quadro fresco o da figurine di porcellana di certi
visi di ragazze. Capelli castagni; occhi castagni, grandi, vivaci; denti piccini
cogli incisivi superiori divisi da un piccolo spazio che intanto riusciva grazioso nella sua bocca contornata da labbra sotttili; un raso un po’ aquiline; delle mani
“Why ‘thank you’?” the neighbor continued after having read the other bit of paper.
“Pardon,” I babbled, confused like a child who realizes that one of his pranks has been discovered.
The neighbor stood there thinking for a moment; then as if she had understood all at once, she greeted me with a smile and went back in.
A few minutes later, I heard the bell, and I ran to open the door.
It was the maid, who had come to apologize for her mistress. If the lady had known, she would not have continued playing the piano the whole blessed day. She was very sorry, but from that moment forward she would not put a finger on the keyboard until she was sure that I had recovered.
“You need to forgive her, poor lady!” added the maid. “She is quite bored”
“Give her my thanks,” I responded, “for her exquisite courtesy. She plays so beautifully that I beg her to continue as she did before. Meanwhile, I want to know if I can come and thank her in person and to explain the small misunderstanding that just occurred.”
After a few more minutes, the maid returned to the second floor.
“Come when you wish, from noon to four, any day. Your visit will be welcome.” The maid expressed herself with an admirable nonchalance.

I went the next day. The living room was decorated in blue with white stripes threaded in gold. A magnificent garden near the terrace boasted the luxuriant leaves of the curved yucca and of the flowers of the veronica and ageratum plants. The curtains of blue silk and of elegantly embroidered tulle muted the very bright light from outside and gave everything an air of a discreet and restrained smile, something that made one fantasize. Across from the couch, under a landscape painting by Raiper that was fit into very richly adorned gold frame, the still-open upright piano displayed on its music stand the aforementioned Nocturne by Chopin. The sweet, melancholic notes interrupted the day before seemed to float in the air of the room like a fading echo from the ceiling.
The lady did not make me wait. She was about thirty years old, a beauty, of that minute beauty that becomes even more pronounced if looked at closely. The shape of her neck and he cheeks were truly surprising. Her soft skin, velvety, was of a tone, one might say, a bit worn, a bit faded, which came from age. Yet, it was a coloring much more preferable to those of faces seen in a fresco or in the young faces of porcelain figurines. Her hair was chestnut, as were her large, lively eyes. She had small teeth, with her upper incisors separated by a tiny space, which seemed charming, nonetheless, in that mouth surrounded by subtle lips. Her nose was a bit aquiline; her hands were very white,

bianchissime, delicate, con ditini affusolati; e, per finire, dei piedini, oh!, dei piedini forse della piú estrema piccolezza consentita dalle proporzioni del corpo e dalle leggi dell’equilibrio: ecco la signora Augusta. Vestita elegantissimamente non si dice nemmeno. Sembrava che un abile artista avesse intonato tutti i particolari della stanza e dell’abito per farne un gentile contorno alla sua persona, ma in guisa che gli accessori non offuscassero il principale…
Quando le ebbi spiegato l’equivoco dei due pezzetti di carta, ella sorrise un po’ disillusa.
– Infatti – disse, – ora che ci rifletto, quel carattere non poteva essere che d’una donna. Povera donna! – riprese. – Che può averle mai fatto per essere trattata in quella guisa?…
– Oh, molto male! – esclamai.
– Chi lo sa? – disse. – Forse lei non la giudica spassionatamente. Voi altri uomini ci intendete cosí poco, che il cadere in inganno sul conto nostro è la cosa piú facile del mondo.
– Rispetto – dissi – questo sentimento di solidarietà che fa prendere ad una donna le difese dell’altra… quando l’avversario è di sesso diverso. Le concedo anzi che noialtri uomini non siamo davvero i piú adatti a giudicare molte sfumature del loro carattere, molte stranezze del loro spirito, molte inconseguenze del loro cuore (o che a noi paiono tali): ma, nel mio caso particolare, la prego di credere che io non mi inganno. Se la passione mi fa velo, è soltanto per impedirmi di giudicare piú severamente la donna che scrisse quel biglietto. Oh! Creda, signora, spesso loro ci fanno soffrire con una spensieratezza senza scusa!
– Sarebbe assurdo – ella mi disse sorridendo – che ci dovessimo mettere in istato di guerra sin dal primo giorno che ci conosciamo. Cedo, non foss’altro, per dar ragion a chi ci chiama il sesso debole…
– Una malizia spacciata dalle donne per rendersi piú forti -.
Il ragionare continuò un buon quarto d’ora, nutrito dei soliti nonnulla. Sul punto di andar via:
– Spero vorrà farmi l’onore di qualche altra visita – ella disse – …quando si annoierà. Le importerà poco continuare ad annoiarsi qui od altrove.
– Non parli, prego, di annoiarmi – risposi. – Sono un po’ orso, un po’ misantropo; ma non c’è nulla che mi ammansisca piú di una conversazione con una donna di spirito. Poi il forte sta sempre nel cominciare. Un giorno forse dovrà pentirsi di essere stata cosí gentile con me.
– A una certa età – rispose – la donna non può piú pentirsi di nulla: anche i disinganni sono qualcosa per essa -.
Due giorni dopo il portinaio mi recava un’altra lettera dell’Ebe. Fui sul punto di stracciarla senza leggerla, ma poi finii coll’aprire lentamente la busta e col leggerla due volte.

delicate, with slender fingers. And finally, her feet were small! Oh, perhaps the smallest
that her bodily proportions and the law of equilibrium would allow. This was Signora
Augusta. She was dressed nothing less than elegantly. It appeared as if a gifted artist had matched all of the room’s details with those of her clothes in order to create a refined and elegant environment about her person but in a way that the accessories would not obfuscate the thing that was most important.
When I explained the misunderstanding about the two scraps of paper, she smiled, a bit disappointed.
“Indeed,” she said. “Now that I think about it, that person could not have been anything but a woman. Poor lady!” she continued. “What could she ever have done to be treated in this way?”
“Oh, much harm!” I exclaimed.
“Who knows?” she said. “Perhaps you did not judge her compassionately. You men don’t understand that falling into deceit is for us the easiest thing in the world.
“I respect that feeling of solidarity that makes one woman defend another…when the adversary is of the opposite sex. I’ll concede also that we men are truly not the most apt at judging many aspects of your characters, the many eccentricities of your spirits, the many trifles in your hearts (or those that seem such to us). But in my case in particular, I ask you not to think that I deceive myself. If passions hide the truth from me, it’s only to stop me from judging the woman who wrote that note more severely. Oh, believe me, Signora, she made me suffer with a lightheartedness that is inexcusable.”
“It seems absurd,” she said smiling, “that we should enter into a state of war on the first day of our acquaintance. I’ll surrender, if only to support what they say about our being the weaker sex.”
“A trick used by women to make them stronger.”
Our conversation continued a good quarter of an hour, filled with the same trifles. As I was leaving:
“I hope you will do me the honor of another visit,” she said, “when you get bored. “It won’t matter whether you’re bored here or elsewhere.”
“Please, don’t speak about boring me,” I responded. “I’m a bit of a bear, somewhat of a misanthrope; but there’s nothing that pleases me more than a conversation with a spirited woman. Then, again, it’s always hard to start. One day, you might regret having been so kind to me.”
“At a certain age,” she replied, “ a woman can’t regret anything; even disillusions are something for her.”
Two days later, the doorman brought me another letter from Ebe. I was at the point of tearing it up, but I ended up opening the envelope slowly and reading it twice.

«Non vi credevo cosí cattivo – diceva. – Avete forse sospettato che io mentissi? No, sono veramente e seriamente ammalata: non so nemmeno se potrò piú uscire viva da questo salottino ove passo solitaria le lunghe giornate, divorando il mio dolore, leggiucchiando, piangendo, talvolta dormendo e sognando. Se vi dicessi che i momenti in cui sogno siano i piú felici della mia vita, voi sorridereste dall’incredulità; eppure nulla di piú vero. La mia imaginazione è benefica: i fantasmi ch’essa mi ridesta nel sonno rappresentano precisamente il rovescio della terribile realtà che mi uccide.
Che vi ho chiesto? Una visita. Mi odiate dunque a tal segno da non volermi nemmen vedere? Non vi ho domandato perdono? Non sto scontando amaramente la mia storditaggine di un momento? Volete che abbassi ancora questo po’ di orgoglio di donna che mi rimane? Volete forse che io venga a buttarmi ai vostri piedi? Se le mie forze me lo permettessero, lo farei volontieri.
Come siete inesorabile! Come siete superbo! Soffrite al pari di me di cotesta vostra durezza, e intanto non vi lasciate commuovere dalle mie lagrime, dalle mie preghiere. Che debbo fare per toccarvi il cuore? Non vi basta che io muoia lentamente per voi?
Oh Alberto, voglia il cielo che queste mie parole non vi s’abbiano un giorno a mutare in un rimorso!
Che colpa ho io se non mi ero accorta di amarvi? Se la mia frivola educazione m’impediva di intendere la profonda e nobile serietà del vostro amore? Siete voi impeccabile? Non vi amo oggi, senza speranza, cento volte di piú di quel che avrei potuto allora?
Ma io vi prego soltanto del vostro perdono. So benissimo che un affetto spento non rinasce piú. Però se il profumo scappato dalla boccetta che lo conteneva non può piú venir raccolto per richiudervelo di bel nuovo, la boccetta ne ritiene ancora lungo tempo un leggiero vestigio. Ah! Non c’è che il cuore umano per rimanere indifferente, anzi peggio, ostile a un sentimento che prima poteva dirsi il suo profumo!…
Non mi sento per ora cosí male da poter fare di meno del vostro perdono. Spero intanto che non sia molto lontano il momento in cui non dovrò pensare ad altro che a mandarvi il mio.
Alberto! Vi confesso che non dispero d’intenerirvi. La vostra superbia sarebbe forse cosí grande da non permettervi nemmeno di fingere verso di me una pietà che non sentite e non potete sentire?
Vi attendo sempre. Sono sdraiata sulla poltrona dietro i cristalli della finestra che guarda l’entrata. La magnolia del cortile comincia a fiorire: le sue belle foglie di un verde chiuso luccicano al sole come tante laminette di bronzo brunito. I passeri saltellano sui suoi rami, facendo un arguto chiacchiericcio che mi diverte anche nella prostrazione di spirito in cui mi trovo. Tutto sorride nella natura. Fate che anch’io muoia sorridendo. Venite! Venite!»

“I didn’t believe you were that heartless,” she said. “Perhaps you suspected that I was lying? No, I am truly and seriously ill. And I don’t know if I’ll ever be able to leave this room, where I spend long days alone devoured by pain, wondering crying, sometimes sleeping and dreaming. If I told you that the times I spend sleeping are the happiest moments of my life, you would smile incredulously; and yet, nothing is more true. My imagination does me good; the images it repeats while I’m asleep represent the very opposite of that terrible reality that is killing me.
“What do I ask from you? A visit. Are you telling me that you hate me so much that you don’t even want to see me? Haven’t I asked for your forgiveness? Haven’t I bitterly atoned for my moment of stupidity? Do you want me to debase the little pride that remains to me as a woman? Do you want me to throw myself at your feet, perhaps? If I had the energy, I would do it voluntarily.
“How relentless you are! How proud! You suffer as much as I do from your very stubbornness, and meanwhile you will not at all be moved by my tears, my prayers. What must I do to touch your heart? Isn’t it enough that I am slowly dying for you?
“Oh, Alberto, I hope to heaven that I won’t regret my words.
“What fault was it of mine that I was not smart enough to love you. That my silly education prevented me from understanding the profound and noble seriousness of your love? Are you without fault? Don’t I love you today, without hope, a hundred times more than I could have then?
“But I ask only for your forgiveness. I know very well that an emotion spent won’t be reborn. However, if the perfume that has escaped from the vile that held it can never be recovered by shutting the bottle again, the vial retains for a long time a slight vestige of it. Oh, there is no human heart that can remain indifferent—even worse, hateful—to an emotion that it once called its perfume!
“I feel so bad right now that I cannot do with less than your pardon. I hope meanwhile, that it won’t be long before I can think of nothing else than sending you mine!
“Alberto! I confess that I don’t despair of moving you. Is your pride so great, perhaps that it will prevent you even from faking pity for me, pity that you don’t feel and cannot feel?
“I wait for you always. I’m lying on the armchair behind the window that looks onto the entrance. The magnolia of the courtyard has begun to flower; it’s beautiful dark green leaves sparkle in the sun like so many laminates of burnished bronze. The sparrows jump around on the branches, chattering happily, and entertain me even though I find my spirit so depressed. Everything in nature is smiling. Perhaps I shall die smiling too. Come! Come!”

Ebbi una stretta al cuore: ma il mio amor proprio reagí subito contro quell’assalto di tenerezza.
La lettera mi parve di un’abilità diabolica. Sotto quell’apparente dolcezza, sotto quel lamento rassegnato, sotto quel calore di un affetto e di una passione senza limiti, intravvedevo un sorriso di canzonatura, un sentimento di trionfo che scoppiava fra riga e riga, per quanto già fosse industriosamente celato.
Ammalata seriamente, gravemente! Non ne credevo una sillaba! La sua vanità di donna aveva ricevuto un gran colpo. L’uomo bello, mondano, superficiale da lei preferitomi senza pensarci su un momento, l’aveva dopo pochi mesi abbandonata colla stessa facilità con cui era venuto a buttarglisi ai piedi; cercava forse tutt’altro di quel che l’Ebe avrebbe voluto concedergli. Io, che per lei rappresentavo una vittoria creduta quasi impossibile, le avevo sdegnosamente voltate le spalle senza piú rivederla. Ed ecco: ella cercava ora rifarsi su di me dello scacco subito. Forse, compreso ora qual’indegnità avesse commessa ridendosi dell’amore piú serio e piú sincero da lei ispirato ad un uomo, tentava in quel naufragio del suo cuore afferrarsi stretta a me come ad una tavola di salvezza.
L’idea che il disinganno avesse realmente destato e fatto fiorire in lei i germi di un amore per davvero, non mi passava pel capo. Ella mi pareva troppo assuefatta a certi sentimenti e a certe emozioni da poterli risentire schiettamente e profondamente; l’artifizio, l’abitudine avevano dovuto attutire o smorzare le vive forze del suo cuore; e la nuda e volgare realtà cacciar via da esso ogni gentile illusione, ogni aspirazione elevata. L’amore, cioè quel vacuo esercizio delle fibre, quel fatuo scintillare dello spirito che suol chiamarsi con tal nome, era diventato per lei una delle forti necessità della vita; la sua anima femminile non poteva astenersi di questo spirituale nutrimento. La sazietà intanto la rendeva schifiltosa; le dava dei gusti stranissimi, ch’ella non era sempre in caso di appagare. Sí, ammalata poteva essere, ma soltanto di nausea e di ideali mancati. Io, un po’ strano, un po’ rozzo, ma sincero, ma tutto di un pezzo; io, vero credente dell’amore in mezzo a tanti atei di questo dio, avevo per lei l’attrattiva del frutto vietato, del sapore sconosciuto: nient’altro!…
La mia alterigia di uomo rifiutava sdegnosa i sommessi suggerimenti di un’intima voce del cuore. Perché non credere? Diceva questa voce. Il disinganno può averle aperti gli occhi; e un amore prodotto da tale stato dello spirito diventare il piú violento, il piú schietto, il piú duraturo del mondo; quasi un primo amore anche per una donna che, come l’Ebe, abbia amato fin troppo.
Ma non mi lasciavo rimovere, per quanto mi sentissi straziato. Cedere, fosse pure ad un sentimento di naturale curiosità, mi faceva ribrezzo. Il mio odio era certamente uno dei mille aspetti dell’amore (per dire che non amiamo piú bisogna sentirci indifferenti) ma cosí, da odio, lo tolleravo; senza maschera invece non lo avrei tollerato un momento: avrei preferito spezzarmi il

I felt my heart constrict; but the very love in my heart reacted quickly against this assault of tenderness.
The letter seemed to me to be a product of diabolical skill. Under that apparent sweetness, under that sorrowful resignation, under that warmth of an affection and of a passion without limits, I saw a smile of trickery, and a feeling of triumph that appeared between each line, despite being so carefully concealed.
Seriously ill, gravely! I didn’t believe one word. Her woman’s vanity had taken a great blow. The handsome, worldly superficial man whom she had preferred over me without thinking for a moment had abandoned her after a few months with the same readiness with which he had thrown himself at her feet; perhaps he was looking for something other than what Ebe was willing to give him. I, who for her represented a victory thought nearly impossible, had disdainfully turned my back without seeing her again. And now she sought to compensate immediately for her setback through me. Perhaps, realizing her unworthiness in ridiculing the more serious and sincere love she had aroused in a man, she attempted to grab hold of me like a life jacket as her heart crashed against the shoals.
The idea that her disillusionment had really awakened and made flower in her the seeds of genuine love did not cross my mind. She seemed too addicted to certain feelings and emotions to be able to be affected by them openly and profoundly; artifice and habit would have deadened or toned down the vital forces of her heart; and the naked and vulgar reality would have cast out of it every gentle illusion, every noble aspiration. Love, that empty exercise of our being, that fatuous glitter of the spirit, which only calls itself by that name, had become for her one of the most important necessities of life; her feminine soul could not abstain from this spiritual nourishment. Satisfying this desire meanwhile rendered her hard to please. It developed strange tastes in her, which she was not always able to satisfy. Yes, she could be sick, but only from an aversion to and a lack of values. I, a bit strange, a bit coarse, but sincere and of great integrity; I, a true believer of love among so many atheists of this god, was attractive to her as a forbidden fruit, as an unknown taste, nothing else!
My manly pride obstinately refused to listen to the suggestive murmurings of an intimate voice from the heart. “Why not believe?” said this voice. Perhaps the disillusionment had opened her eyes, and the love produced from such a state of spirit had become the most violent, the most open, the most enduring on earth, as if it were a first love even for a woman who, like Ebe, had loved too soon.
But I did not allow myself to be swayed, as much as I felt tortured. Giving in, albeit to an emotion of natural curiosity, would have disgusted me. My hatred was certainly one of the thousand aspects of love (to say that we no longer love, we need to feel indifferent), but this way, through hatred, I tolerated it. Without such a mask, I would not have been able to tolerate it for a moment. I would have

cuore, non potendolo vincere altrimenti. Ero troppo superbo: ella indovinava.
Posai la lettera sul marmo del caminetto e non andai, né risposi. Quel procedere villano era un gran sforzo che facevo mio malgrado. Mi ritenevo impegnato per mille ragioni a non cedere; e, temendo di esser preso da qualche improvvisa debolezza, esageravo il rigore, passavo ogni limite. Accade sempre a questo modo, nella vita, nell’arte, in ogni cosa: la giusta misura riesce impossibile e all’uomo e alla natura: è l’ideale che non arriva ad attuarsi.
Continuai le mie visite alla vicina con crescente frequenza. Viveva sola. Il suo amante viaggiava qua e là per affari, e non le scriveva mai. La signora Augusta, ignorando sempre per quali provincie la ferrovia scarrozzasse il suo «protettore» (lo chiamava cosí), non aveva nemmeno lo svago di riempire ogni giorno un fogliolino di carta da spedire alla posta.
Attendeva, facilmente rassegnata per effetto, in massima parte, della sua costituzione e del suo carattere. Era un organismo tranquillo, un carattere armonico: sentiva la vita come una luce ugualmente rosea e moderata; mai troppi bagliori, mai troppe ombre. Era però nel medesimo tempo un organismo delicato, facile a percepire le mille sfumature di un sentimento, e inclinatissima a questo quasi sensuale godimento delle sfumature in ogni cosa. Insomma una vera donna di spirito, caduta nella condizione ove ora si trovava per una lunga serie di vicende che spesso rimanevano inesplicabili anche per lei stessa. Forse per questo ella chiamava «protettore» il suo amante, sfumatura di linguaggio tutta sua e non superficiale di certo.
Quella tranquillità di organismo, quell’armonia di carattere corrispondevano a qualcosa del mio spirito un po’ pagano, a qualcosa che dominava talvolta tutte le facoltà della mia mente e del mio cuore e mi faceva vivere piú di sensazioni che di sentimenti, proprio come una felice creatura della Grecia antica. Però in quei giorni ero poco o punto disposto ad apprezzarne il valore. Ero anzi disposto a giudicarle assai male; scambiavo infatti la tranquillità per freddezza, l’armonia per fiacchezza o per completa assenza di contrasti.
Ma cominciai a disingannarmi la prima volta che le udii sonare da vicino il pianoforte. Quella ondata di melodie e di armonie pareva facesse montare a galla la sua anima gentile da una profondità sconosciuta. Le dita vibravano con forza, spesso con violenza sulla tastiera, e lo strumento non rispondeva come un semplice meccanismo dalle sue viscere cave, ma come una parte dell’organismo di lei la quale ne rivelasse le intime voci del petto.
Però in tutto quest’intimo c’era un che di carnale e di sensuale che ricercava le fibre con dolcezza squisita. Dopo quelle armonie ci voleva assolutamente un grand’accordo di baci. Dopo quelle vibrazioni sonore che agitavano il sangue e riscaldavano la pelle come se avessero sferzato il corpo con invisibili verghettine, si richiedeva assolutamente la fiera stretta di un abbraccio, o il pezzo di musica sarebbe parso senza significato, senza chiusa, insomma, incompleto.

preferred to break my heart in two, not being able to win any other way. I was too proud, and she knew it.
I placed the letter on the marble mantle of the fireplace, but I didn’t go, nor did I respond. What followed was a boorish process, a great effort that I made despite myself. I kept myself busy for a thousand reasons so I wouldn’t give in; and, fearing that I would be overcome by some sudden weakness, I increased the rigor of my efforts, exceeding all limits. It always happens this way in life, in art, in everything. It is impossible to achieve a balance both in nature and in man. It’s the ideal that never becomes a reality.
My visits to the neighbor increased in frequency. She lived alone. Her lover traveled here and there on business, and he never wrote to her. Signora Augusta always unaware of what provinces the railroad had taken her “protector” to (that’s what she called him) did not even have the wherewithal to write a short note to him and send it through the mails.
She waited, happily resigned, for the most part, because of her make up and her personality. She was a peaceful creature with a harmonious character. She viewed life as a light that was equally rosy and moderate, never too bright, never too dark. However, she was at the same time a delicate organism, able to perceive a thousand shades of emotion and very much inclined to taking an almost sensual delight in the shadings of almost everything. In sum, a true woman of spirit, fallen into the circumstances in which she now found herself because of a long series of events that often remained inexplicable even to her. Perhaps that was why she called her lover “protector,” a nuance of language all her own but certainly not unimportant.
That tranquility of being, that harmony of character, fit with something pagan in my spirit, something that at times dominated all of the faculties of my mind and heart, something that made me alive more through sensation than through emotion, exactly like a happy creature of ancient Greece. However, in those days I was little disposed toward recognizing value in her character. I judged those qualities in her quite harshly; in fact, I mistook that tranquility for frigidity, that harmony for weariness or for a complete absence of gumption.
I began to change my mind the first time I heard her play the piano close by. Those waves of melody and harmony seemed to make her genteel soul rise up from an unknown depth. Her fingers struck the keys forcefully, often with violence, and the instrument did not respond from its hollow insides like a simple mechanism but as a part of her very makeup, which would reveal the intimate voice coming from her breast.
However, in all of this intimacy there was something carnal and sensual that moved through my fibers with an exquisite sweetness. After that harmony, there was an absolute need to exchange a great many kisses. After those sweet sounding vibrations that stirred the blood and warmed the skin as if they had whipped the body with tiny invisible strokes, the tightness of a fiery embrace was in order. Otherwise, that piece of music would have lacked meaning, closure; in sum, it would have been incomplete.

Non occorse dircelo: ci fu il tacito accordo di tutti e due. Ma i baci non venivan mai prima che la musica gli eccitasse.
Quando la conversazione, cominciata freddina, continuava a sbalzi, noiosa, sconclusionata, ella levavasi tosto dalla poltrona, andava a sedersi al pianoforte…, e i sensi, riconosciuto subito il loro inno reale, si destavano inebbriati per proseguirlo alla loro maniera, senza bisogno di musica.

Il «protettore» ritornò. Per tre settimane potemmo vederci di rado, dal terrazzino, e scambiare ora un saluto, ora un centinaio di parole.
Abbassavamo le tende per evitare di esser veduti da una zitellona di rimpetto che bracava dalla mattina alla sera tutti i fatti del vicinato; e il dialogo si riduceva quasi invariabilmente a questo qui:
– Sei vedova?
– No; ma partirà fra qualche settimana.
– Starà fuori a lungo?
– Chi lo sa? Non dice mai nulla. Parte e arriva improvvisamente nei giorni e nelle ore che meno l’aspetto.
– Che rabbia! –
E l’Augusta sorrideva di quel suo tranquillo sorriso, che mi piaceva ogni giorno piú che mai.
– Aspetta lí – diceva talvolta.
E rientrava per mettersi al pianoforte. Spesso però il pianoforte taceva a un tratto, ed ella non ricompariva piú. Il protettore era venuto a casa. Il nostro dolce colloquio restava interrotto sul meglio.
Ma «lui» ripartiva; faceva delle assenze di quindici, di venti giorni, e noi tornavamo alle nostre intime relazioni con un’assiduità meravigliosa, come se ciò fosse stato la cosa piú regolare del mondo. Ci preoccupavamo di «lui» soltanto per sapere quando partiva e indovinare possibilmente quando sarebbe ritornato.
Ci amavamo? Nessuno dei due aveva osato fare all’altro questa interrogazione. Amarci? Di che amore? Domande complicate che esigevano risposte ancora piú complicate. Lasciavamo correre: valeva lo stesso.
Io avevo intanto trovato in lei qualcosa che addolciva le amarezze del mio cuore, e spesso anche le addormentava. Ma vi eran dei giorni però nei quali preferivo rigustare quelle amarezze, e glielo davo a vedere.
– Sei stanco di me? – mi chiese un giorno con un accento di affettuoso rimprovero.
– Perché dovrei esser stanco? – feci io, evitando cosí di rispondere.
– Perché è naturale – riprese l’Augusta; – non c’è nulla di eterno al mondo, e l’amore meno di tutto.
– Credi tu – le domandai all’improvviso come conseguenza delle idee che mi si affollavano in testa, – credi tu che una donna possa morire di amore?

There was no need to say it; there was a tacit agreement between the two of us. But the kisses never came before the music provoked them.
Whenever the conversation, beginning coldly, continued in fits and starts, and became boring, began to ramble, she suddenly got up from her armchair and sat at the piano…and my senses, recognizing their royal anthem, woke up intoxicated, and proceeded to follow it their own way, without the need of music.

The “protector” returned. For three weeks we could see each other only infrequently from the terrace, now exchanging a greeting, then exchanging several words.
We closed the curtains to avoid being seen by an old spinster who lived opposite and who observed everything that went on in the neighborhood from morning until night, and our dialogue nearly always reduced itself to this:
“Are you a widow?”
“No; but he’ll leave in a few weeks.”
“Will he be gone long?”
“Who knows? He never says anything. He comes and goes without warning on days and during times that I least expect.”
“How infuriating!”
And Augusta smiled her peaceful smile, which I liked more and more each day.
“Wait here,” she sometimes said.
And she reentered to sit at the piano. Often, however, the piano became silent all of a sudden, and she didn’t reappear. The protector had come home. Our sweet conversation remained interrupted at best.
82 But “he” would leave again; he was absent for 15 or 20 days at a time, and we resumed our intimate relations with a wondrous devotion, as if it were the most ordinary thing on earth. We worried about “him” only in regard to knowing when he would leave and to guess, if possible, when he would return.
Did we love each other? Neither of us had dared to ask the other this question. Love each other? What kind of love? These are complicated questions that produce responses even more complicated. We let it go. It was wonderful all the same.
Meanwhile, I had found something that sweetened the bitterness in my heart and often even put it to rest. But there were days of the kind during which I preferred to savor that bitterness again, and I did not hide it.
“Are you tired of me?” she asked one day in a tone of affectionate reproach.
“Why should I be tired?” I said, evading the question.
“Because it’s natural,” continued Augusta. “There’s nothing eternal on earth, least of all love.”
“Do you believe…” I asked her suddenly as a result of ideas that were crammed in my head. “Do you believe that a woman can die of love?”

– Mio Dio! – esclamò con un’intonazione di voce che mi suona ancora nell’orecchio; – ma le donne non muoiono di altro -.
Questa risposta cosí semplice mi turbò profondamente. – Senti – ella disse dopo un pezzo: – è vero che tu sei stato l’amante di una gran dama?
– Chi ti ha sballato questa sciocchezza?
– Prima rispondi: ti dirò poi.
– Ho già risposto, se t’ho detto: sciocchezza.
– Eppure io so di certo che tu hai avuto una amante e che ora siete in rottura; quel biglietto di tre mesi fa dovette inviartelo lei.
– Quella? Un’amante? Oh! Niente affatto, mia cara!
– Eh, via! Ti vuoi nascondere da me: ma io, tu lo sai, non sono punto gelosa. Dunque, la poverina ti vuol bene a tal segno che si è rovinata la salute per te. Dopo il tuo abbandono fece delle pazzie; corse, balli, viaggi, ogni possibile stravaganza pur di buscarsi un malanno che la facesse morire… e c’è finalmente riuscita.
– Chi ti ha detto questo? – chiesi meravigliato di sentire sulla sua bocca quello strano miscuglio di falso e di vero. Tacque un pezzetto e stette a capo chino, colla fronte corrugata, coll’indice della mano sinistra appoggiato sulle labbra, come se cercasse di ricordare.
– Mi perdonerai? – fece poco dopo, sedendomisi sulle ginocchia e passandomi le braccia intorno al collo.
Questo sfoggio di tenerezza accrebbe straordinariamente la mia curiosità.
– Parla – dissi impaziente.
– Mi perdonerai? – tornò a domandare l’Augusta.
– Cento volte, non una, ma parla, ti prego!
– Ecco qui. Tre giorni fa la cameriera di quella gran dama venne a cercarti. Tu non eri in casa, e nemmeno il tuo servitore. La Lucia, sentendo replicatamente suonare il tuo campanello, affacciossi all’uscio, e riconobbe in quella cameriera una sua amica d’infanzia. Si misero a chiacchierare sul pianerottolo. L’altra aspettava con una smania incredibile; ogni minuto le pareva l’eternità: infatti, dopo un’ora, vedendo che tu non rientravi in casa, si decise a lasciar l’imbasciata alla Lucia, caldamente raccomandando di fartela appena arrivato. Fu lei che confidò alla Lucia tutta la storia della sua padrona: la Lucia, che forse fece lo stesso dei fatti miei, venne subito a riferirmi fedelmente ogni cosa: mi fece vedere anche… la lettera.
– C’era una lettera? – dissi, mostrando un’indifferenza che in quel momento non provavo.
– Oh sí… una lettera… E per via di essa che ho bisogno del tuo perdono!
– L’hai già letta?
– No, no!… Ma n’ebbi una forte tentazione… e quindi… Eccola!… – disse alzandosi a un tratto dalle mie ginocchia.

“My God,” she exclaimed, in a tone of voice that remains in my ear. “Women don’t die of anything else.”
This response, so simple, disturbed me profoundly.
“Listen,” she said after a bit. “Is it true that you have been the lover of a great lady?”
“Who’s been feeding you such nonsense?”
“First answer, then I’ll tell you.”
“I’ve already answered; as I’ve said, it’s nonsense.
“And yet I know for sure that you have had a lover and that now you’re apart. That note of three months ago, she must have sent it.”
“Her? A lover? Not at all, my dear!”
“Oh come now! You want to hide it from me. But I’m not at all jealous. So, the poor woman loves you so much that she’s ruined her health over you. After you abandoned her, she attempted all sorts of madness, running around, dancing, traveling, all types of extravagances, all to contract a fatal illness…and she finally succeeded.”
“Who’s told you this?” I asked dumbfounded to hear from her mouth that strange jumble of fiction and truth. She remained quiet for a while with her head down, with her brow wrinkled, with the fingers of her left hand resting on her lips, as if she were trying to remember.
“Will you forgive me?” she said shortly after as she sat on my knee and wrapped her arms around my neck.
This display of tenderness increased my curiosity immensely.
“Tell me,” I said impatiently.
“Will you forgive me?” Augusta asked once more.
“Not once; a hundred times, but please explain!”
“Here it is. Three days before, the maid of the great lady came looking for you. You weren’t home; neither was your butler. Lucia, hearing your bell being rung repeatedly, looked out the door and recognized the maid as a childhood friend. They began to chat on the landing. The other one waited with incredible anxiety; a minute seemed like an eternity to her. In fact, after an hour, seeing that you hadn’t come home, she decided to leave the mission to Lucia, asking excitedly that she tell you as soon as you arrived. It was she who confided the entire story of her mistress to Lucia. Faithful to me, Lucia, who had probably told her my business as well, came immediately to tell me everything; she even showed me the letter.”
“There was a letter?” I said displaying an indifference, which at that moment I didn’t feel.
“Oh yes…a letter…and it’s because of this that I need your forgiveness!”
“Have you read it already?”
“No! No!…But I was very tempted to…and so here!” she said rising all at once from my lap.

E aperto un cofanetto di porcellana di Sèvres a fermagli di rame dorato, la cavò fuori ancora chiusa e me la porse colla punta delle dita, mormorando:
– Perdona!

Qual parola occorrerebbe per esprimere la vile infamia che allora mi balenò nella mente e che misi subito in atto?
Quelle rivelazioni della cameriera, misto di verità e d’invenzioni, avevano irritato il mio amor proprio come uno scherno crudele; né la lettera dell’Ebe poteva avere per me un significato diverso. Amante io, io che ero stato tolto di mira quasi per vincere una scommessa! Io che ero stato ammaliato da tutte le divine seduzioni, da tutti i terribili artifizi del corpo e dello spirito e poi lasciato lí, con una risata, appena avevo mostrato di prender sul serio e lo spirito e il cuore e fin le stranezze di quella donna! Amante io che ora mi credevo perseguitato con una commedia di amor postumo piú spietatamente insultante dello stesso scherno con cui aveva ella accolto una sera la provocata mia dichiarazione di amore!
– Leggi – dissi all’Augusta.
E siccome l’Augusta esitava, supponendo che io intendessi di dare una soddisfazione alla sua gelosia,
– Leggi – fammi il piacere, le dissi; – non lo faccio per te -.
Appoggiai i gomiti sul piccolo tavolo lí accanto, misi la testa tra le mani e stetti cogli occhi chiusi ad ascoltare.
La lettera diceva cosí:

«Non meritereste che vi scrivessi. Il mio braccio, la mia testa si rifiutano ad un lavoro imposto ad essi dal cuore; ma io voglio scrivervi per l’ultima volta, prima di chiudere (se pur sarà possibile) le porte del mio spirito ad ogni affezione terrena e aprirle alle consolazioni di Dio, le sole che mi rimangano in questo punto.
Ho guardato la faccia del dottore mentre toccava il mio polso. Si è rannuvolata ad un tratto. Però non avevo bisogno di questo indizio per credere che mi avvicino precipitosamente verso la morte. Mi sento morire con un’ineffabile soddisfazione che vi è impossibile imaginare. Anch’io, prima di ora, non avrei mai supposto che la morte potesse essere qualcosa di immensamente soave.
Vi mando il mio perdono. Non mi preme piú di avere il vostro: me lo son meritato, e provo una consolazione come se avessi sentito ripetere questa parola dalla vostra stessa bocca.
Vi ho avvelenato la giovinezza, il presente e forse l’avvenire!… Vi ho fatto soffrire senza volerlo, ma non per cattiveria come vi siete ostinato a credere… ed ora muoio di amore per voi!

And opening a porcelain jewel box by Sèvres with gilded copper clasps, she pulled out the still unopened letter, and she handed it to me with the tips of her fingers, murmuring:
“Pardon!”

What word would be required to express the cowardly shame that now flashed through my mind and that began to affect me?
The maid’s revelations, a mixture of truth and invention, had provoked my love exactly like a cruel mockery. Ebe’s letter could have no other meaning for me. I, the lover, I who had been taken out of consideration as if only to win a bet. I who had been made ill by all the divine seductions, by all the terrible artifices of the body and the spirit and then left there, with a laugh, as soon as I had shown that I had taken seriously the spirit, the heart, and finally the strangeness of that woman. I, a lover who now believed myself persecuted by the comedy of belated love more unmercifully insulting than that same trick with which she had one evening provoked my declaration of love.
“Read it,” I told Augusta.
And because Augusta hesitated, supposing that I intended to give her some reason to be jealous, “Read it, please,” I said. “I’m not doing it for you.”

I placed my elbows on a small table. I put my head between my hands, and I stayed that way listening with my eyes closed.
The letter read as follows:

“You don’t deserve my writing to you. My arm and my head resist doing something demanded by my heart; but I want to write for the last time, before closing the door (if it is even possible) to my spirit against any earthly affection and open it to God’s consolations, the only ones that remain to me at this point.
“I watched the doctor’s face as he took my pulse. It clouded over all of a sudden. But I didn’t need this sign to believe that I was precipitously near death. I feel myself dying with an ineffable satisfaction that is impossible for you to imagine. Even I, before now, had never supposed that death could be something so immensely sweet.
“I send you my forgiveness. I don’t insist on having yours anymore. I deserve it, and I take consolation in that, as if I had heard the word repeated by your own mouth.
“I have poisoned your youth; perhaps the present is the future! I have made you suffer without wanting to, not because of some malice as you obstinately believe…and now I die for love of you!

Perché vi scrivo tutto questo? Non lo sapete da gran tempo?
Ah! Ve lo scrivo onde avvisarvi che avete ancora qualche giorno per risparmiarvi un rimorso. Io vi ho amato disperatamente quando voi non mi amavate piú; voi, badate! Mi amerete piú di prima appena saprete che sarò morta!
Ho messo quattro ore a scrivere questa lettera, e mando la mia cameriera per consegnarvela di sua mano. Muoio sola, con una fida amica al capezzale. Mi lascerete morir cosí? Vi perdonerò anche questo. Addio per sempre!
P. S. Ho pregato la mia amica di tagliarmi appena morta tutti i capelli. Se un giorno li vorreste come ricordo di colei che vi ha amato fino a morirne, chiedeteli alla Giorgina Nozzoli che voi conoscete. Addio un’altra volta e per sempre!»

Sul principio al sentir pronunciare lentamente, nel modo che leggeva l’Augusta, quelle tristi parole, io avevo provato la voluttà di una quasi violazione brutale compita dalla voce di essa sullo spirito dell’Ebe. Era appunto questo il vigliacco e raffinato piacere che avevo voluto procurarmi; era questo lo strano avvilimento voluto infliggere all’Ebe facendomi ripetere dalla bocca di una donna come l’Augusta le parole dirette a commovere il mio cuore e scombuiare il mio spirito. Ma tale soddisfazione durò poco: l’effetto fu tutto il contrario di quanto avevo imaginato.
La voce dell’Augusta prese di mano in mano delle inflessioni che violentemente mi scossero il cuore. Da quella gola femminile che l’emozione rendeva tremante, ogni parola, ogni frase, ogni periodo della lettera riceveva un’espressione direi quasi un nuovo significato che addirittura ne centuplicava l’efficacia. Sentivo ad una ad una cadermi sul cuore, come del piombo liquefatto, le grosse gocce di lagrime dovute scendere silenziose sul pallido viso della morente, mentre la scarna sua mano erasi stentatamente trascinata sul foglio; e quando l’Augusta faceva una piccola pausa, e quando la sua voce si turbava in guisa che le parole gli uscivano molto confuse di bocca, mi pareva di udire l’affanno della infelice che la mia superbia condannava a morire senza una parola di perdono insistentemente invocata; e mi sentivo annodare la gola e strozzare il respiro.
A metà della lettera aveva fatto un gesto quasi per strapparla di mano dell’Augusta e impedire la sacrilega offesa che intendeva di essere la mia vendetta; ma mi trattenne l’idea d’infliggermi come un affronto il sentirmela leggere sino in fondo dalla stessa bocca scelta per quella profanazione veramente indegna di un uomo. Non piangevo, ma tremavo, ma mi sentivo schiacciare da una terribile mano. Provavo sulle guance dei colpi di staffile che dovevan lasciarvi le lividure. Ogni stilla del diaccio sudore che mi scendeva dalla fronte mi pareva uno sputo di disprezzo lanciatomi in viso da tutte le creature gentili.

“Why do I write all this to you? Haven’t you known it for some time?
“Oh, I write it in order to advise you that you still have a few days to prevent remorse. I loved you desperately when you no longer loved me; but be careful! You will love me more than before once you learn that I am dead!
“I’ve spent four hours writing this letter, and I send it with my maid, who is to deliver it with her own hands. I die alone, with only a faithful friend at my bedside. Will you let me die this way? I forgive your even this. Goodbye for always.
P.S. I have asked my friend to cut off my hair as soon as I am dead. If one day you would like it as a memento of someone who loved you to her death, request it from Giorgina Nozzoli, whom you know. Goodbye again and forever!”

At the beginning, hearing these sad words pronounced slowly as Augusta was wont to read, I experienced the delight of an almost brutal violation of Ebe’s spirit committed by her voice. It was precisely this cowardly and refined pleasure that I had wanted to have; this was the strange poison I desired to inflict upon Ebe, having those words repeated to me directly by the mouth a woman like Augusta, in order to provoke my heart and darken my spirit. But that satisfaction did not last long; the effect was completely opposite of what I had imagined.
Augusta’s voice took on, little by little, an inflection that shook my heart violently. From that feminine throat, which trembled with emotion, every word, every phrase, every sentence of the letter took on an expression, almost a new meaning I might say, that actually multiplied its effectiveness. One by one, I felt fall on my heart, like liquefied lead, those large tear drops that must have fallen silently on the pale face of the dying woman while she tried hard to push her hand across the page. And when Augusta paused a little, and when her voice became so troubled that the words came out of her mouth confusedly, I thought that I heard the breathlessness of the unhappy woman whom my pride had condemned to die without a word of forgiveness, which she had pleaded for insistently. And I felt my throat tighten and my breathing become difficult.
Mid-way through the letter, I had made a gesture as if to pull the letter from Augusta’s hand and stop the sacrilege that I had wanted to be my revenge. But I held back so as to inflict on myself an affront by hearing the letter read to its end from the same mouth that I had chosen for that profanation that is truly unworthy of a man. I did not cry, but I trembled, and I felt myself crushed by a terrible hand. I felt as if my cheeks were receiving lashes that would leave bruises. Every drop of icy sweat that trickled down my face seemed as if all the “gentle creatures” were spitting in my face in disgust.

Terminata la lettura successe nella stanza un silenzio profondo. Ero sotto l’oppressione di un incubo e non potevo destarmi.
– Se tu fossi in tempo! – disse l’Augusta con voce commossa e colle lagrime agli occhi.
Ci voleva quest’affettuosa esclamazione di una donna per farmi rientrare in me stesso.
– Se fossi in tempo! – ripetei torcendomi dolorosamente le mani.

Il fiàcchere mi pareva non volasse a precipizio come il cuore febbrile avrebbe voluto. Si trattava di dover correre da un capo all’altro della città e per le vie piú frequentate. Il cocchiere dovette credermi ammattito sentendomi sempre urlare dietro le sue spalle: – Ma corri! Ma sferza! –
Montai gli scalini a quattro a quattro.
La cameriera che già piangeva diede, appena mi vide, in un nuovo e piú forte scoppio di pianto.
Ahimè! Giungevo troppo tardi?
Un vecchio prete uscito in fretta dalla stanza dove era corsa la cameriera, mi venne incontro, mi porse la mano, e con accento semplice e calmo, ma che imprimeva intanto qualcosa di solenne al suo aspetto quasi volgare:
– Signore! – mi disse – quali che possano essere le sue idee religiose, la prego di non turbare alla morente questi ultimi istanti. Iddio le ha concesso una tranquillità ch’ella stessa non sperava. Dimenticata la terra, tutti i suoi pensieri sono ora rivolti al cielo che si apre misericordioso alla sua anima afflitta. Non ci appartiene piú, o signore! Questi momenti sono di Dio! –
Lo guardai ebetito.
Una sentenza dell’Hegel mi si presentava in quel punto limpidissima alla memoria, e me la ripetevo macchinalmente: «La necessità della morte è quella del passaggio dell’individuo nell’universale».
Rammentavo un’altra sentenza del Goethe: «La nostra vita non è una vera vita, ma la morte della vita divina che viene ad estinguersi nella nostra».
E mi meravigliavo di poter fermarmi col pensiero su tali ed altre simili idee che mi passavano per la mente scombuiata pari a nuvoloni di un temporale spinti per l’aria dalla furia del vento.
Come non provavo un dolore immenso? Come non morivo di dolore? Una strana lucidità mi faceva riflettere: – Forse sto per ammattire! –
E tentavo di assistere al lento confondersi della mia ragione entro le tenebre della pazzia.
Tutt’ad un tratto l’uscio da cui era uscito il prete spalancossi con violenza, e la cameriera venne fuori urlando e battendosi il petto.
Mi avanzai fino alla soglia, tenuto sempre per mano dal prete il quale mi diceva delle parole che piú non riuscivo ad intendere…

There was a profound silence in the room after the letter ended. I was oppressed by a nightmare that I couldn’t awaken from.
“If only you still had time!” said Augusta in an emotional voice and with tears in her eyes.
This affectionate exclamation from a woman was all I needed to fall back into myself.
“If only I still had time!” I repeated, wringing my hands painfully.

The coach did not seem to fly as fast as my feverish heart wanted it to. It was a matter of having to travel from one end of the city to the other on a road that was crowded. The coachman must have thought I was crazy, hearing me constantly scream behind him, “Come on! Use the whip!”
I climbed the stairs four by four. The maid, who was already crying, broke into another burst of tears as soon as she saw me.
Oh Lord, had I arrived too late?
An old priest hurriedly exited the room into which the maid had run. He met me and extended his hand. His tone was simple and calm, but at the same time it imparted something solemn to his coarse appearance.
“Signor,” he said, “whatever your religious beliefs, I ask that you not disturb the dying woman in these last moments. God has granted her a tranquility that she herself did not hope for. Forgetting the world, all of her thoughts are now tuned to heaven, which opens itself mercifully to her tormented soul. She no longer belongs here, Signor! These moments are God’s!”
I looked at him obtusely. At that moment a maxim of Hegel came back to me clearly, and I repeated it to myself mechanically: “The necessity of death causes a passage of the individual into the universal.”
Then, I remembered another maxim, of Goethe: “Our life is not a true life, but the death of a divine life that comes to extinguish itself in ours.”
And I was surprised at being able to stop myself by thinking of these and other such ideas that passed through my mind, agitated, like clouds pushed through the air by the fury of the wind.
Why didn’t I feel an immense pain? Why didn’t I die of pain? A strange lucidity made me reflect: “Perhaps, I’m about to go mad!”
And attempting to participate in the slow undoing of my reason, I entered into the dark shadows of madness.
All of a sudden, the door from which the priest had exited sprung open violently, and the maid came out, screaming and beating her chest.
I moved forward toward the threshold, still holding the hand of the priest who was saying something to me that I no longer was able to understand.

Una suora di carità asciugava sulla bianca fronte dell’Ebe l’ultimo sudore della morte!

Miseria del cuore umano!
Son passati appena quattro anni! Mi pareva che senza di lei la mia esistenza non avrebbe piú avuto nessuna ragione di durare!…
E già ne parlo tranquillamente, e già sorrido pensando che obbliare è una profonda, una divina necessità della vita.

A Sister of Charity wiped from Ebe’s forehead the last perspiration of the dead!

What misery dwells in the human heart!
Four years have already passed! It had seemed to me that, without her, my existence would no longer have any reason to continue.
Now, I speak of it tranquilly; now I smile thinking that to submit is a profound, a divine necessity of life.

Santi Buscemi
Santi Buscemi is a professor at Middlesex County College in Edison, NJ.He has had published English translations of Luigi Capuana's books C'era una volta and Il Marchese di Roccaverdina. They are available from Dante University Press. In addition, Buscemi has published a translation of this nineteenth-century Sicilian author's short play 'Ntirrugatoriu in the Journal of Italian Translation (ed. by Luigi Bonaffini of Brooklyn College). He has also translated several of Capuana's other plays, and has published translations of Capuana's fairy tales in other journals. Along with a friend he also presented the 'Ntirrugatoriu as a dramatic reading at a meeting of the Italian-American Writer's Association in New York in 2012. In addition, Buscemi has written an Internet course on Sicilian literature for Dante University, and lectured on the island's literature and architecture at Dorothea's House in Princeton, NJ and at his own college.

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